Escursione Fara San Martino (CH)

06 dicembre 2015

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Suggestiva escursione nelle Gole e nell’Abbazia Benedettina di Fara San Martino (CH) sulla Majella. Percorso adatto a tutti che attraversa la stretta forra iniziale per poi aprirsi con lo spettacolo dell’Abbazia. Proseguendo verso l’interno delle Gole abbiamo avvistato, sulle rocce a picco, i camosci che ci hanno deliziato con le loro acrobazie!

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Video Camoscio Appenninico a Fara San Martino (CH)

 

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Foto Escursione Fara San Martino (CH)

Gli appuntamenti con la Majella ormai puntuali non tradiscono mai le mie aspettative. Anche questo week-end abbiamo deciso di regalarci emozioni e di recarci, mio figlio ed io, a scoprirne un angolo, tra i più remoti e affascinanti: le Gole di San Martino in prossimità di Fara San Martino (CH).

Avevamo già visto immagini e filmati di quei luoghi, ma nulla ci aveva lontanamente preparati a quanto ci aspettava.

Ad accompagnarci Marcello di Majellando, e le guide: Barbara e Luca, bravissime!

Lasciate le auto al parcheggio, senza difficoltà prepariamo il nostro spirito ad accogliere la Majella, svuotando mente e cuore, lasciando che i passi attenti e lenti, la bellezza ed il silenzio che ci circondano facciano gran parte del lavoro.

Un sipario aspro e arido di rocce si para davanti a noi, imponente! Apparentemente invalicabile, geloso custode di tanta, sacra, bellezza.

Un piccolo squarcio sembra creato ad arte, lo spazio tra due braccia aperte, a concedere generoso quanto si porge oltre di esso, in un nesso mistico tra uomo, natura e sacralità.

Maestose, imponenti gole si aprono davanti a noi a racchiudere ed offrire in un fulmineo viaggio nel tempo storia, arte, misticismo, tradizione, durezza, sopravvivenza, Natura, quest’ultima non semplice sfondo, ma attrice protagonista.

Giochi di luci, di vento, di alberi e rocce creano un palcoscenico che lascia lo spettatore senza fiato.

Qui dove il divino è tangibile non poteva che sorgere un monastero: il Monastero benedettino di San Martino in Valle.

Stupendo!

Testimone di questo luogo sublime e di chissà quante e quali vicende umane e non, a cui i Faresi sono legatissimi e devoti.

Ma il cammino prosegue vario tra le rocce a strapiombo e gli alberi cresciuti a dispetto di ogni difficoltà sulle pareti nude.

Ignari, ci inerpichiamo sul sentiero che porta, volendo proseguire, fino in cima oltre la cortina delle gole, quando ci accorgiamo di essere circondati da alcuni degli animali più affascinanti della Majella: i camosci.

Agilissimi nei loro meravigliosi e strabilianti salti. Nati per abitare quei luoghi così impervi. Ma già comincia a scendere l’oscurità e bisogna rientrare, non prima di aver ascoltato storie di vita e di pastori che ancora animano queste gole.

… Appagati, ancora veniamo rapiti e stupiti da un’altra formidabile iniziativa: lo splendido Museo vivente “Macaronium” delle arti e tradizioni faresi.

Davvero emozionante constatare come un piccolo e vitalissimo gruppo di anziani, continui a dare e trasmettere così tanto a coloro che hanno la fortuna di visitarlo!

Davvero grazie!

Lara Maria Chersich.

Lara Maria Chersich.

Amo l’Abruzzo. Perché ci sono nata, sì. Perché custodisce le mie radici, certo.

Ma soprattutto, per la sua capacità di svelare –  a chi ha desiderio, pazienza e fortuna – luoghi nascosti e segreti, luoghi di intensità non comune, gelosamente racchiusi ma generosamente condivisi.

A Fara San Martino ero stata altre volte, prima di questa domenica mattina di dicembre; l’antico borgo a ridosso della Majella più imponente – quella del versante orientale che tocca quasi i 3000 mt con la vetta di Monte Amaro – e famoso nel mondo per la produzione di una pasta di grano duro ineguagliabile, fatta solo con l’acqua più pura delle nostre sorgenti in quota.

Ma nell’intimità della Montagna – no, lì non ero mai stata – né avrei supposto di poter entrare, in un altrove fuori dal tempo, in uno spazio quasi metafisico.

Già il sentiero è un rito di preparazione: un ghiaione bianchissimo e scivoloso, rende l’andatura incerta e costringe a guardare sempre dove collocare il passo successivo, come se –  qualcuno –  gradisse mantenere chino il capo del viandante. Varcando l’ingresso delle Gole di San Martino, dove la montagna sembra aver concesso un passaggio che può richiudere da un momento all’altro, si lascia un mondo ma se ne apre un altro, fatto di silenzi profondissimi e luoghi dello spirito, di sguardi lontani ma presenti, di segni sul sentiero, di vita arcaica e rupestre ma ancora così accesa.

Luoghi dove ogni cosa è illuminata e capace di vivere una vita propria.

Ma che sia stata la Majella a concedere un passaggio o San Martino ad averlo creato con i gomiti, poco importa quando davanti agli occhi compare il Monastero benedettino di San Martino in Valle.

Anche le parole faticano a descrivere questo luogo, che possiede un richiamo mistico e misterioso

e ti lascia un segno dentro. Anno Domini 1395. L’inciso sull’architrave segna uno dei tantissimi passaggi temporali del monastero, dove ogni pietra, ogni goccia d’acqua che stilla dalle pareti della Majella, ogni filo d’erba, basamento, lastra o colonna raccontano storie antiche, misteriose e bellissime di monaci e di Santi, di gran Maestri d’arte e di guerrieri, di fedeli e di devoti, di ladri e gente di coraggio, storie che hanno attraversato i secoli, passando di bocca in bocca, di generazione in generazione, dal borgo di Fara ben oltre i confini più prossimi.

E non è dato ancora di sapere, se le Gole e il Monastero, appartengano più alla Majella o ai Faresi. La Grande Madre per ben 2 volte ha tentato di riprendersi questo luogo sommergendolo interamente da una quantità incredibile di pietre e detriti alluvionali, i Faresi –  che lo considerano sacro e intoccabile – l’hanno riportato alla luce entrambe le volte.

Addirittura la prima – alla fine del 1.800 – scavando di notte con le mani nude, mossi solo dalla devozione più profonda.

La stessa devozione che resta nel cuore di chiunque anche oggi: verso la Majella, a volte accogliente a volte spietata, verso la natura che concede e richiede, verso gli animali che abitano entrambe in equilibrio e connessione.

Uno sguardo indietro, ancora prima di andare, per imprimere tutte quelle emozioni; un’Abbazia incastonata nella montagna, le ripide pareti a strapiombo su un vallone aspro e stretto e i camosci come sentinelle, le grotte nude un tempo rifugio per uomini solitari e un sentiero che come una lunga scalinata porta quasi fino al cielo.

Così, socchiudendo gli occhi – sento – quanta bellezza, quanta vita c’é.

Gabriella. Tomassi

Gabriella. Tomassi

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