La Montagna della liberta - racconto Marcello Natarelli

La Montagna della libertà

Sono le 5 del mattino. Lo zaino è pronto da ieri sera. La reflex, videocamera, cavalletto, borraccia, una banana ed un pezzo di cioccolato. Ho il vizio di uscire al mattino senza fare colazione. Forse perché al ritorno è più gustosa.

A quest’ora sembro essere l’unico al mondo. Il mio punto di partenza è la Valle Giumentina, circa 3 km da dove abito. Il cielo passa dal nero ad un colore indefinito. E’ il preludio all’esplosione di colori che darà vita alla mia scenografia.

Sono ancora nella fase in cui penso a quale sarà oggi il mio percorso. Difficilmente lo decido prima. Questa mattina è condizionato dalle scarpe che indosso. Niente asfalto. Devo anche capire cosa mi ha spinto qui stamattina. Eh sì… ogni giorno c’è una colpa da espiare. Ogni giorno c’è qualcosa da digerire. Non che la mia vita sia così triste e sfigata, ma questa nostra società mi porta alla ricerca dell’isolamento. Certo, un isolamento temporaneo ma necessario. Una fuga a termine.

In lontananza vedo dei cervi che entrano nel bosco appena mi scorgono. Deciso. Vado anch’io nel bosco. Naturalmente appena entro nel bosco, dei cervi ne è rimasto solo l’odore, un forte odore di selvatico. Dopo circa 3 km le mie gambe si sono scaldate e la corsa diventa un meccanismo automatico. A questo punto iniziano a prendere vita i pensieri, anche loro incontrollabili.

Passo di fianco ad un vecchio rifugio dei pastori, una capanna in pietra a secco che noi, forse erroneamente, chiamiamo Tholos. La presenza dell’uomo è evidente. Preferisco le tracce antiche, quelle che si tramandano nei secoli. La storia antica della montagna. L’odore della legna appena tagliata, la fatica degli uomini, dei muli e dei cavalli. Le provviste per l’inverno perché “dalla campagna non si torna mai a mani vuote”. Erano le parole del mio bisnonno Michele. Era lui che d’estate ci caricava, a me e mio fratello, nelle ceste dell’asino e ci portava alle 5 del mattino in campagna. Lui si spaccava la schiena con la zappa e noi lo imitavamo con le nostre zappe piccoline. I racconti erano sempre quelli delle guerre e noi eravamo ipnotizzati come i bimbi davanti alla tv. Un giorno vennero i tedeschi a prendere “in prestito” i maschi per la guerra. Michele fu uno dei tanti a salire su quel camion. Non ha mai saputo dirci dove lo portarono ma questo mistero rendeva ancora più affascinante il racconto. Scesi dal camion iniziarono a salire verso una montagna. Camminarono a lungo senza sapere dove andavano. Approfittando di una distrazione delle sentinelle, Michele riuscì a nascondersi dentro ad un forno e una signora coprì l’ingresso con ceppi e frasche. Rimase per un tempo indefinito chiuso nel forno fino a quando questa donna lo chiamò. Non abbiamo mai saputo il nome di questa signora che lo aiutò. Rimase per qualche tempo ancora nascosto e nutrito da questa famiglia fino a quando non arrivarono notizie un po’ confortanti perché il viaggio di ritorno a casa sarebbe stato pericoloso. Il racconto si faceva strozzato quando narrava il ritorno dai suoi cari. Nonostante la rudezza di un uomo segnato dalle guerre e dal duro lavoro nei campi, il sentimento di libertà di riabbracciare i suoi 6 figli e sua moglie Concetta era ciò che si portava dentro ancora con calore e commozione.

Sono arrivato in cima e la visuale della Majella mi riporta alla realtà. Cerco con lo sguardo quei sentieri che gli uomini e le donne percorsero per raggiungere la libertà, quella libertà che oggi mi riempie di gioia e mi fa allargare le braccia mentre corro in discesa sperando di spiccare il volo.

 

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