Terranera

Un luogo nel tempo.

Un racconto di

Gabriella Tomassi

 

 

Mi capita, usando talvolta un po’ di leggerezza, di pensare che sia ritornata in questi luoghi quasi per caso.

Ma nello stesso istante, assieme a questa sensazione c’è la consapevolezza che non vi sono legami tra il mio divenire e il caso, perché strade ben definite sono state percorse per arrivare sino a questo punto.

Sino al giorno in cui un lavoro affascinante e impegnativo nel mondo della comunicazione, fatto di viaggi, creatività, relazioni e responsabilità, mi è apparso come un contenitore vuoto, privo di senso. E sino al giorno in cui, una notizia sconquassante, annunciava che sei brevissimi e scontati secondi nel cuore di una notte di aprile, avevano spazzato via secoli di storia e annullato case, vite, storie e quotidianità.

La città di L’Aquila non esisteva più, al suo posto una quantità agghiacciante di macerie si presentava agli occhi sgomenti e persi dei sopravvissuti e del mondo intero.

Mio padre è aquilano e la casa dov’è venuto al mondo si trova in un piccolo borgo dell’Altopiano delle Rocche, pochi chilometri più su dell’epicentro di quel devastante terremoto.

Il mio primo pensiero, mentre le notizie si rincorrono ad amplificare la portata della catastrofe, va alla vecchia casa, quella degli avi, costruita dal bisnonno Felice pietra su pietra e che era stata protagonista dei ricordi più belli della mia infanzia, quando chiuse le scuole, ci si trasferiva lì dalla città, per passare i tre mesi estivi nella più assoluta libertà e nella bellezza della natura.

Eppure ormai erano anni e anni che non mi recavo più lì, da quando l’innocenza da bambina aveva lasciato il posto alla freddezza e alla scarsa capacità di sognare proprie dell’età adulta, anni che non sapevo più nulla della vecchia casa e del piccolo borgo.

Ma allora perché il primo pensiero corse proprio lì?

Mi resi conto rapidamente che quel terremoto non aveva minato solo una città, la sua storia, le dimore e le certezze dei suoi abitanti, ma il suo eco era arrivato molto più lontano sino a lambire i miei ricordi più intimi e la natura stessa delle mie origini.

Sentii, come una forza prepotente, il desiderio di recarmi in quei luoghi, per vedere se la vecchia casa di trecento anni, aveva resistito a quell’attacco della natura, se era ancora in piedi o se al contrario al mio arrivo avrei trovato solo un accumulo di macerie.

La mattina seguente mi alzai presto e partii senza pensare troppo a cosa stessi facendo e perché, seguivo solo una forza interiore che mi portava verso quei luoghi così duramente feriti.

Non sapevo neppure se le strade fossero del tutto percorribili, chiamai i carabinieri mentre ero già in macchina, mi dissero che gli accessi per la città dell’Aquila erano consentiti unicamente ai mezzi di soccorso e alle forze dell’ordine, ma io dovevo prendere un’altra strada per raggiungere il borgo che girava prima di arrivare ad Aquila, così non mi preoccupai e proseguii il mio viaggio.

Quando lasciai l’autostrada e cominciai a salire attraverso l’altopiano di Navelli, vidi i primi segni del terremoto sulle facciate delle chiese romaniche che costeggiano la strada, presentavano profonde crepe come cicatrici che deturpano un bel viso. Iniziai a sentire un senso di angoscia mentre il cuore accelerava il suo battito. Man mano che mi avvicinavo al capoluogo abruzzese, i segni si facevano più evidenti e le prime case semidiroccate con i tetti crollati apparivano ai miei occhi in tutto il loro triste spettacolo.

Durante il mio procedere incontrai un via vai incessante di mezzi dei vigili del fuoco e della protezione civile che percorrevano la statale in entrambi i sensi di direzione, talvolta con le sirene spiegate, talvolta in silenzio.

Una deviazione sul percorso ordinario mi fece passare all’interno di un piccolo paese dopo Barisciano; mi colpì la presenza di una vecchia seduta su una panca di pietra all’esterno della sua abitazione, scena piuttosto consueta nei piccoli paesi dell’Abruzzo, ma quello che non era normale era lo sguardo attonito e confuso di quel viso segnato dagli anni e dal tempo che aveva preso il posto di quella staticità propria di chi guarda le stesse cose da anni e sa di volgere al termine del suo percorso.

Ma non ebbi percezione di quanto fosse davvero accaduto sino a che non raggiunsi il piccolo centro di Onna appena dopo il quale avrei iniziato a salire in direzione della mia Terranera.

Su questa manciata di case, di cui la maggior parte delle persone non conosce neppure l’esistenza, quei terribili secondi avevano sferrato il loro attacco più violento non lasciando neppure una sagoma delle piccole abitazioni di legno e pietra, ma solo macerie, dolore, niente.

Rallentai l’andatura, ovunque cumuli di detriti offrivano allo sguardo uno spettacolo di agghiacciante desolazione e un senso di smarrimento mi pervase, il cuore si strinse; alcune abitazioni erano letteralmente sventrate ed era possibile vedere le stanze e persino gli oggetti ancora rimasti al loro interno. Solo pochi giorni prima, li vivevano delle persone, in quelle stanze conducevano la loro vita, sotto quei tetti avevano le proprie certezze.

I vigili del fuoco e le ruspe lavoravano senza sosta, nella speranza di trovare ancora superstiti e oggetti da recuperare.

Attraversai il piccolo paese con il medesimo scenario che si ripeteva inesorabile. Onna non esisteva più, era solo un nome su un cartello stradale.

Ripresi la strada verso la mia destinazione finale, mancavano ormai una ventina di chilometri e iniziai a provare sconforto e disperazione e la voglia di tornare indietro. Se anche Terranera si fosse presentata ai miei occhi come la piccola Onna, cosa avrei fatto, come avrei reagito?

Allontanai immediatamente questo pensiero mentre la strada diveniva serrata nelle sue curve e le pareti delle montagne fasciate dalle alte reti in maglia di ferro stringevano lo sguardo.

Ecco sono a Secinaro, ultimo paese prima di arrivare sull’Altopiano delle Rocche, e raggiungo la pietra pizzuta, un grosso monolite di roccia dalla punta “pizzuta” scolpita dall’acqua piovana, che dalla strada s’intravede – solo se si sa dove guardare – attraverso la fitta boscaglia. Ancora poche curve costeggianti le alte pareti di roccia imbrigliate nelle grandi reti metalliche, il cuore inizia a battere più forte, e i pensieri a rincorrersi tumultuosi nella testa. L’ultima curva apre sulla strada diritta, dove lo sguardo si allarga al grande altopiano: le prata verdi e pianeggianti, pozzo caldaro, specchio d’acqua dalla fama inquietante, protagonista di storie terribili raccontate ai bambini, e monte Cagno che sovrasta tutto dall’alto rivolto a ponente. Poi Rocca di Cambio e Rocca di Mezzo e…Terranera, eccolo il cartello col suo nome, da piccola in auto con i miei genitori, il rito era che, appena si scorgeva il cartello, si gridava in coro “TERRANERA” in segno di saluto.

Quante cose mi tornano in mente, mentre passo davanti alla prima casa del paese, è quella di una parente, zia Cleonice, una grossa casa padronale, da anni disabitata, con gli scuri delle finestre tutti chiusi e quell’aria spettrale data anche, forse, dalle tante leggende che l’avevano sempre accompagnata, soprattutto la presenza degli spiriti degli antenati, che la zia Cleonice raccontava di vedere ogni sera ai piedi del suo letto mentre si coricava.

Salgo la salita della Portella e inizio Via del Morrone, in cima alla strada c’è la nostra casa, la casa dove è nato mio padre, la casa costruita dal bisnonno Felice, amata dal nonno Sebastiano e da tutti noi che negli anni l’abbiamo conosciuta e vissuta. Ho il cuore che va a mille, ecco la vedo, l’esterno è tutto intatto e questo mi solleva da un peso terribile; la vecchia matrona di trecento anni aveva resistito alla rabbia della terra e continuava ancora a dominare con la sua importanza la splendida vallata circostante e l’altopiano.

Scendo dalla macchina, costeggio il muro di pietre a secco che circonda la proprietà, in alcuni punti è sgretolato, arrivo al cancello di ferro battuto con in cima lo stemma di famiglia, sovrastato dal grande arco di pietra, anch’esso fortunatamente rimasto intatto.

Entro, la vegetazione spontanea ha coperto molto della pavimentazione e della corte interna, si vede che nessuno da lungo tempo è stato più qui; arrivo davanti al grande portone di legno, i cardini di ferro fermati dai grandi bulloni sono solo arrugginiti dal tempo, persino la mezzaluna di vetro e la lanterna in cima sono come sempre. Prendo la chiave, giro tante mandate, si apre, ho paura, cosa troverò all’interno? Molte domande mi assalgono: i soffitti avranno resistito? E le mura di pietra? Ci saranno i segni del terremoto?

E’ buio, devo arrivare al quadro per accendere l’interruttore della luce, è giorno fuori, ma dentro gli scuri chiusi non permettono alla luce di entrare. Accendo la luce nell’ingresso, ci sono pezzi d’intonaco sul pavimento e una grossa lesione su uno dei muri, salgo le scale di pietra viva e arrivo in cucina, apro subito la finestra e le persiane, lo stesso nella sala da pranzo e nel grande salone; la casa sembra respirare, la luce del sole entra a illuminare le stanze e gli oggetti, non ci sono danni, i soffitti hanno retto, la casa di pietra non ha ceduto sotto quegli interminabili secondi di distruzione, è stata più forte del sussulto della terra.

Salgo al piano superiore attraverso la ripida scala di marmo grigio, i cui gradini, mi hanno sempre fatto paura perché resi lisci dai passaggi durante anni e anni di esistenza, e quindi da calpestare con tanta attenzione, sono ricoperti di polvere d’intonaco e piccoli pezzi di soffitto. Eseguo anche al piano superiore la stessa operazione di apertura delle finestre, ora la casa è tutta illuminata dalla luce del giorno e nuova aria entra a modificare uno stato d’ isolamento durato molto a lungo. Sono nella camera che era dei miei genitori quando arrivavamo qui per le vacanze estive e mi impressiona vedere l’anta del grande armadio aperta con dentro i vestiti ancora appesi, sarà stata una conseguenza della scossa. Esco sul piccolo balconcino della camera che domina sul panorama, le montagne sullo sfondo e grandi distese di boschi che coprono le colline. Mi fermo con le mani appoggiate sulla ringhiera di ferro battuto e respiro a occhi chiusi l’aria pungente e il profumo della montagna, odore di foglie, di legno e di pioggia, odore di ricordi e di famiglia, di persone che non ci sono più e di tempi felici. Mi ricordo di quella mattina che fummo svegliati quasi all’alba dal forte belare di una pecora: mamma, papà, mio fratello ed io ci affacciammo tutti sul piccolo balcone e non riuscivamo a credere allo spettacolo che ci si presentava. Spino – era un enorme spinone da pastore che aveva “adottato” mio fratello e che era diventato il suo compagno di giochi preferito tra passeggiate nei campi e corse in bicicletta – insomma, Spino aveva portato nel nostro giardino un enorme montone in segno di “amicizia” per mio fratello e, orgoglioso, aspettava di essere elogiato per la bella prodezza, mentre il montone, non propriamente felice di trovarsi isolato dal resto del gregge, si faceva sentire! Che scena assurda e divertente, con le mani appoggiate alla ringhiera di ferro mi sembrò di riaverla davanti agli occhi. Tornai dentro, attraversai la stanza di passaggio e mi recai nella camera che invece occupava sempre mia zia Anna, la sorella nubile di papà che veniva a trascorrere le vacanze con noi. Nella stanza dominata dal grande letto di ferro nero con l’ovale intarsiato sulla testata, c’era ancora il quadro con la foto dei nonni paterni nel giorno del loro matrimonio, nonno Sebastiano elegante e in piedi col volto serio e bellissimo e la nonna Siria seduta su una sedia con il velo che scendeva al suo fianco e le scarpe col cinturino sul collo del piede che spuntavano dal bell’abito nunziale. Quella stanza a noi bambini aveva sempre messo timore perché mia zia sosteneva che ogni volta che tornava nella casa, durante una delle prime notti di permanenza, sentiva i passi del bisnonno Felice, il patriarca della casa, che si avvicinavano dal corridoio per fermarsi poi davanti alla sua porta chiusa. E questo rito, diceva lei, si ripeteva da sempre, ogni volta che tornava nella vecchia casa. Naturalmente nessuno ci credeva davvero, ma lei era certa di quello che sentiva e del fatto che quei passi fossero del nonno Felice, che aveva, da anziano, una camminata a strascico. Noi bambini invece eravamo solo spaventati dal racconto e nessuno voleva mai stare molto in quella camera. Mi fermai sulla porta a guardare intorno, la toletta con lo specchio e il ripiano di marmo, accanto, il catino e la brocca di porcellana posti sul trespolo di ferro e un asciugamano di lino ancora appeso. Se non fosse stato per la polvere e l’odore di chiuso, avrei potuto dire che quella stanza era ancora abitata.

Tornai giù e uscii nuovamente all’esterno, feci il giro della casa dalla strada principale per arrivare alla parte alta dove ci sono i fienili che anticamente ricoveravano i foraggi per gli animali durante i mesi invernali; qui la porta di legno corrosa dal tempo e dalle intemperie – gli inverni a Terranera sono lunghi e rigidi e la neve ricopre le cose per molti mesi – è chiusa con una catena e un grosso lucchetto. Dovrei avere la chiave per aprirlo nel mazzo di quelle della casa, ce ne sono diverse e comincio a provarle, la prima entra ma non gira, allora ne prendo una seconda, entra, ecco, apre anche il lucchetto; tolgo la catena e spingo la porta con forza, non si apre, forse il legno nella parte inferiore si è gonfiato o forse dall’interno qualcosa blocca la porta. Non ho altra scelta e con un calcio do una spinta più forte che posso e la porta retrocede. Mi faccio spazio con le mani per varcare la soglia e quando entro vedo un grosso fascio di luce che scende da un buco sul tetto e illumina il vecchio fienile; è l’unico segno evidente del terremoto, parte del tetto del fienile, forse già in condizioni critiche per il peso della neve invernale, non ha retto alla scossa ed è venuto giù creando uno squarcio nella copertura. Poco male però, considerando gli effetti del sisma. All’interno il vecchio fienile è piuttosto tetro, c’è ancora la paglia su gran parte del pavimento che è molto disconnesso e presenta anche dei grossi avvallamenti, vecchie porte di legno sono appoggiate alle pareti, ci sono degli stivali da caccia abbandonati chissà da chi e ricoperti di ragnatele, dei grandi cesti di vimini e catini di ferro battuto, grandi ciocchi di legna da ardere e perfino scatoloni con dentro del materiale da costruzione. Il fienile è un grosso spazio unico dal tetto molto alto e ora quella grossa apertura nel mezzo consente l’infiltrazione della pioggia che causa all’interno odore di umidità e di marcio. Esco e richiudo la vecchia porta, torno di nuovo all’ingresso della grande casa, lo supero verso la piccola stradina senza uscita che fiancheggia il lato destro della dimora dove si trovano le stalle, le ultime stanze che devo ancora visitare nel mio sopralluogo. Prendo l’unica chiave rimasta dal mazzo e apro il lucchetto che blocca la porta, questa volta riesco ad aprire senza difficoltà ma, attraverso la luce naturale che entra dall’ingresso, posso vedere solo la prima parte delle vecchie stalle tutte in pietra viva con le volte a botte. Prendo la torcia che ho con me e m’inoltro più internamente, non ci sono finestre in questi ambienti, forse quelle che c’erano anticamente sono state poi murate nel corso dei secoli, dopo che questi ambienti non hanno più visto la presenza degli animali, le mucche e le pecore che vi trovavano ricovero durante i rigidi inverni; l’unico spiraglio di luce proviene da una feritoia in alto probabilmente per il ricambio dell’aria. Illumino con la torcia gli ambienti e vedo le grandi mangiatoie di pietra, gli anelli di ferro nei muri che tenevano le catene degli animali, gli scoli sul pavimento che incanalavano il passaggio dell’acqua per la pulizia del letame; sono grandi le stalle e la temperatura qui è molto bassa perché siamo ad un livello sotto il terreno, quindi in estate questi ambienti fungevano probabilmente anche da dispense naturali. Qui tutto è rimasto intatto e non ci sono segni di lesioni o altri interventi del tempo. Richiudo la porta, serro il lucchetto e torno verso il cancello, comincia a scurire e devo trovare un posto per la notte, non posso dormire nella vecchia casa, andrebbe pulita prima e fa molto freddo in questi ambienti. Vado nell’unica struttura ricettiva che esiste a Terranera, un piccolo albergo realizzato nell’edificio della scuola elementare del borgo, chiedo una stanza per passare la notte e se c’è la possibilità di cenare da loro in modo da non dovermi spostare. Dopo le risposte affermative, porto la mia borsa nella stanza, è tutta in legno ed ha un letto ad una piazza e mezzo con sopra la tipica coperta in lana abruzzese lavorata in vari colori, ci sono una sedia di paglia e un piccolo bagno nella stanza, mentre dalla finestra si vedono il monte Cagno e le prata. Guardando fuori, mentre la notte sta scendendo, penso che sono contenta di essere venuta, ma più di ogni altra cosa di sapere che la vecchia casa di famiglia, quella costruita dal bisnonno Felice, quella mantenuta dal nonno Sebastiano, quella in cui è nato mio padre Ernesto e che ha visto noi bambini passare tante estati nella più assoluta libertà e felicità, quella casa è ancora lì ad aspettare il tempo che arriverà e nuovi eventi.

Sono stanca e dopo una breve cena mi metto a letto.

Domani voglio fare altre cose qui.

E’ ancora presto quando mi sveglio, apro la finestra e fuori tutto è ricoperto di bruma, mentre i raggi del sole colpendo il sottile strato di ghiaccio che ricopre i fili d’erba, creano uno sfavillio che incanta. Sento una strana energia in me ed ho voglia di uscire. Salgo le scale che dal piazzale dell’albergo riportano su al paese, percorro dei piccoli viottoli di pietra – quante volte da piccoli li facevamo correndo su e giù per giocare – passo davanti alla casa di Lidia, una delle abitanti più vecchie di Terranera, lei conosceva bene mio nonno Sebastiano e naturalmente mio padre, ma non so se vedendomi capirebbe chi sono, ora ha più di novanta anni, ma vive ancora li, sempre nella stessa casa, sempre da sola. Riesco sulla via del Morrone e passo di fronte casa, non mi fermo ora, proseguo verso i prati, percorro un sentiero in discesa che porta a un campo aperto, dove spesso pascolavano le mucche, poi una ripida salita di nuovo mi porta ad un livello superiore; ci sono tanti muretti a secco fatti con le pietre una sopra l’altra, chissà usati forse dai pastori per recingere le greggi, fortuna che ho gli scarponcini con la caviglia coperta, perché qui è facile imbattersi nelle vipere, nascoste soprattutto tra le pietre.

Cammino ancora, passando tra alberi e cespugli di bacche, sto cercando un luogo e soprattutto delle grandi rocce, sono sicura che fosse questo il posto. C’è un punto più ripido del colle da salire, è faticoso e mi aiuto con un ramo trovato lungo il cammino, scalo questa parete e, eccolo, sapevo che era qui, il castello, così lo chiamavamo da ragazzi, delle grandi rocce di pietra bianca poste in modo scomposto da creare dei dislivelli nei quali ci divertivamo a giocare per ore fingendo di stare appunto su un castello. Mi siedo sulla parte più alta e guardo tutt’intorno, si vede anche la casa da qui è davvero bella e domina il piccolo borgo per la sua posizione, giro lo sguardo e vedo boschi e verde fino a perdita d’occhio e mi sento in pace con l’ambiente e con me stessa. Mi metto giù completamente su quella roccia e guardo il cielo, le nuvole si spostano veloci e passano degli uccelli, lascio la mente libera di vagare e lambire i pensieri più diversi; provo tanti stati d’animo contemporaneamente, serenità, malinconia, beatitudine, tranquillità, sicurezza. Chiudo gli occhi e resto a sentire. Non so quanto tempo sia realmente trascorso, quando ho riaperto gli occhi però, avevo capito cosa fare e cosa mi avesse portato a tornare alla casa di Terranera, al di là del terremoto, e avevo capito anche perché per anni in tutti i sogni che facevo c’erano sempre questi luoghi, ma soprattutto lei, la grande casa.

Il mio posto è qui, qui dove sono le mie origini e le mie radici, qui dov’è stata l’infanzia più felice, qui dove il tempo sembra essersi fermato, qui dove la terra è nera e selvaggia e la vita ancora segue i ritmi della natura. Mi rialzai in piedi lo sguardo alla casa in lontananza, un sorriso sincero e un senso di appartenenza.

Scendendo per tornare indietro sono piena di un’insolita felicità, voglio pulire la casa, farla tornare abitata, accendere il grande camino che tante volte ci ha visto riuniti intorno al fuoco e che sul muro tutt’intorno riporta i “segni” che raccontano attraverso frasi, disegni, dediche, caricature e messaggi, il passaggio di persone che hanno visto e vissuto questa casa. Voglio passare più tempo qui, tornare a trascorrerci dei mesi, perché no, riprendere la mia passione per la scrittura, accantonata a causa di un lavoro troppo ingombrante e fagocitante, che niente o quasi lascia posto ai sentimenti. Si ora so che devo fare e questo mi rende estremamente felice. Tornata davanti alla casa, penso che la prima cosa da fare sia andare a Rocca di Mezzo per prendere tutto il necessario per iniziare le pulizie, scope, secchi, stracci, prodotti e altre cose necessarie. Mentre percorro in auto la strada che da Terranera porta alla Rocca, costeggiando le prata, passo davanti al tabernacolo con la croce che domina la pianura e guarda verso il monte. Mentre faccio alcune curve d’un tratto uno spettacolo bellissimo mi si presenta costringendomi a fermare la macchina; un grande gregge di pecore sta attraversando la strada per andare da una parte all’altra dei prati ed ha bloccato il passaggio sulla carreggiata. Spengo il motore mentre sento i suoni dei campanacci che i maschi più grandi portano al collo e il belare delle pecore dai lunghi musi si sparge nell’aria tutt’intorno.

I cani, ben quattro, tra pastori abruzzesi e border collie, lavorano alacremente per richiamare all’ordine qualche elemento un po’ troppo indisciplinato che si muove fuori dal gruppo. Che bel vedere, il cuore si allarga di gioia, scene così, affannati come siamo nella vita grigia e monotona di una città, non le sappiamo più neppure immaginare. Ecco il pastore, è un uomo vecchio e cammina poggiato ad un alto bastone di legno con molti nodi, indossa un gilet di lana di pecora e degli stivali scuri con i pantaloni ficcati dentro; si avvicina al mio finestrino, io gli faccio un sorriso, lui mi guarda, ha il viso segnato dal tempo e dal sole, la pelle è scura e ruvida, le mani, appoggiate al grande bastone con la testa ricurva, sono grandi e piene di segni, chissà quanto lavoro hanno fatto da sempre. Lui dopo un po’ mi dice: ” ti sei dovuta fermare perché le mie pecore attraversavano la strada e hai dovuto aspettare, magari avevi fretta di proseguire. A questo mondo c’è più tempo che vita”. E accennando un sorriso mi da le spalle e prosegue il cammino dietro le sue pecore. A questo mondo c’è più tempo che vita, in quelle poche e secche parole, un uomo che nella vita non aveva studiato ne avuto altre esperienze che non fossero legate agli animali e alla natura, aveva condensato il senso più profondo della verità che l’uomo di oggi ha barattato per il tempo, la vita e la sua autenticità.

Non so, ma mentre riprendevo la strada, mi sembrò che quel pastore e quelle parole fossero un ulteriore segno che mi veniva offerto.

Andai in paese, acquistai il necessario di cui avevo bisogno e ritornai indietro.

Prima di entrare a Terranera mi fermai presso l’alimentari di Irma per prendere del pane e qualcosa da mangiare: lei, Irma, era una donna piccola e frizzante e in paese era nota per conoscere i fatti sia dei paesani che dei forestieri. Appena mi vide da dietro al bancone mi disse: ” E tu chi si, quella che ha riaperto la casa di zi Sebastiano su al Morrone?” Risposi di sì, che ero la figlia di Ernesto ed ero venuta a vedere le condizioni della casa di famiglia e che mi sarei trattenuta per qualche giorno. Mi trattenne per un po’ raccontandomi di quanto era accaduto nel piccolo borgo in seguito al terremoto e di fatti e persone a me sconosciuti, poi mi chiese della famiglia, di come mai da anni non eravamo più tornati al paese, e che lei vedeva spesso il ramo dei parenti di Roma. Non ho mai amato parlare delle mie cose, quindi risposi nel modo più diplomatico e laconico possibile e salutando interruppi quella conversazione. Tornai a casa e inizia subito con il mio programma di pulizie, tolsi i detriti e i pezzi d’intonaco dai pavimenti, lavai a terra, pulii il bagno padronale e tolsi le lenzuola che ricoprivano i letti; riaccesi il grande caminetto con pezzi di legno di quercia che avevamo ancora nella legnaia, che bruciarono con intensità rilasciando calore in quegli ambienti chiusi da tempo. La casa sembrava tornare a respirare e aveva una luce diversa, non più tetra e fredda, ma viva. Mi stancai molto durante quella giornata e alla sera mangiai del pane e del formaggio davanti al fuoco, guardando tutti quei segni disegnati sul muro e rivivendo i momenti, le impressioni e le situazioni che ognuno di quei segni portava con sé. Non avevo finito di fare le pulizie nelle due camere da letto più grandi, quella di mamma e papà, e quella della zia, quindi decisi di prepararmi un letto nella stanza “di passaggio” tra le altre due, che era un ambiente aperto adiacente alle scale che portavano al piano di sotto, e inoltre li ricevevo anche il calore del camino giù in basso. Mi feci il letto, mi sistemai e mi addormentai quasi subito.

E fu quella notte che accadde.

D’un tratto, non riuscendo a capire se stavo sognando, cominciai a sentire un freddo intenso pervadermi tutto il corpo, volevo alzarmi ma avevo le membra pesanti ed ero assolutamente impossibilitata a muoverle. Cominciai a provare paura mentre il cuore batteva sempre più forte nel petto. Fu allora, che nel silenzio più assoluto della notte, sentii quel passo strascinato dapprima lontano avvicinarsi sempre di più, passare accanto al mio letto per fermarsi bruscamente proprio davanti alla porta della stanza di mia zia Anna.

Dopo alcuni istanti la sensazione di freddo e di immobilità che avevo provato per tutto il tempo in cui avevo udito i passi, si dileguarono; come sentii di nuovo il mio corpo, accesi terrorizzata la luce sul comodino e senza pensare più di tanto corsi ad aprire la finestra guardando giù in strada per cercare la figura di qualcuno che poteva spiegarmi e confermarmi la presenza di quei passi. Ma la strada era deserta e fuori non si muoveva una foglia, non c’era il minimo segnale che qualcosa o qualcuno fosse passato in strada. Richiusi la finestra, guardai l’ora erano le tre della notte, mi sedetti incredula e attonita sul bordo del letto e dovetti ammettere a me stessa che quello che raccontava mia zia era vero. Il bisnonno Felice era ancora in quella casa e si era manifestato solo a due persone, e una ero io. Stranamente non ebbi più paura, capii che quella presenza era l’essenza stessa della grande casa, un nume tutelare che non l’aveva mai lasciata, ma che non mi avrebbe fatto alcun male, perché io ero della famiglia.

Non riuscii più a dormire quella notte, la passai davanti al grande camino, certa che quanto avevo “sentito” non sarebbe stato raccontabile a nessuno, perché nessuno avrebbe potuto comprenderne il significato profondo, nessuno che non fosse di famiglia e avesse un legame viscerale con quella casa e quella terra.

L’indomani uscii molto presto, presi la macchina e andai al cimitero del paese, attraversai il grande cancello nero e segui i sentieri tra i cipressi fino alla cappella di famiglia. E’ lì che ci sono i nonni, Sebastiano e Siria, e pure Felice, e poi c’è zia Clelia, adorata zia, per me più di una madre, era la nipote di nonno Sebastiano rimasta orfana dei genitori e vissuta con lui, era lei che aveva cresciuto mio padre e tutti i suoi quattro fratelli e poi si era occupata anche di noi figli, amandoci come fossimo stati suoi. Era una di quelle anime pure, zia Clelia, capace di non provare altri sentimenti all’infuori dell’amore e della dolcezza, capace di donare a tutti senza chiedere nulla in cambio. Restai un po’ di tempo insieme a loro, aspettai che leggessero nel mio cuore e nella mia testa, gli chiesi consigli ed esternai le mie paure. Poi baciai le foto sulle lapidi e me ne andai. Prosegui lungo la strada non asfaltata che costeggia il cimitero, volevo arrivare alle Pagliare di Tione e ricordo che si passava da qui, ricordo quell’estate quando ci andammo con tutta la famiglia, c’era anche zio Mario, il fratello di papà che viveva in Venezuela e i cugini, eravamo tanti e passammo tutto il giorno alle Pagliare, organizzando una scampagnata con carne alla brace e grandi angurie.

Percorsi più di dieci chilometri di strada sterrata, stretta come una mulattiera, con rami e rovi lungo i lati che mi toccavano i vetri della macchina, mi dovetti anche fermare più volte a liberare la strada da tronchi e rami che la ostruivano, si vede che non era più utilizzata, neppure per la transumanza delle mandrie, che una volta qui erano numerose. Poi finalmente ecco apparire il grande pozzo circolare e le piccole capanne di pietra e legno, diroccate e abbandonate da anni ormai: le Pagliare erano il luogo dove i pastori passavano il periodo estivo con le mandrie che portavano a pascolare nei campi più alti sulle montagne, lontano dal paese. Scendendo dalla macchina, provai una sensazione quasi mistica in un luogo così, poche case di pietra attorno ad un grande pozzo per la raccolta dell’acqua piovana, in mezzo ai boschi, abitati solo dalla fauna selvatica e circondati dalle montagne. Salii le scale di una delle case, c’era un piccolo balcone con una ringhiera di legno semi diroccata, devo fare attenzione a dove metto i piedi e anche le mani, qui tutto è precario, tutto è abbandonato. Ma la vista di fronte a questa casa appartenuta chissà a chi è da fermare il fiato: il massiccio del Sirente Velino si staglia di fronte a me con tutta la sua imponenza, è talmente vicino che mi sembra di poterlo toccare, le rocce della sua parte più alta sono di natura dolomitica e la sera nell’ora del tramonto il sole mentre le lambisce le colora di rosa. Poi c’è tutta la vallata dei Piani di Pezza, che videro anche la visita di Giovanni Paolo II che molto amava questi luoghi, fino alle gole di San Venanzio. Rimasi estasiata mentre lo sguardo andava fin dove poteva arrivare, e più volte feci il giro del panorama con gli occhi cercando di cogliere anche il più piccolo particolare. Il cuore era colmo di gratitudine e sottomissione per quello spettacolo che la Natura mi stava regalando, che l’uomo non avrebbe mai potuto eguagliare con la sua conoscenza e la sua arroganza. Poi spalancando le braccia verso il cielo, con tutta la voce che avevo in corpo ho gridato: ” Papà sono a casa!”.

 

 

Ed anche ora che sto scrivendo, noto come il caso non vi rientri affatto, osservando come anni passati fatti di situazioni e circostanze diverse e un sogno che non era ancora reso noto, ma pure esisteva, siano entrati in contatto attraverso il filo conduttore dei valori.

La famiglia, le tradizioni, i legami ed i ricordi, la ricerca del vero, il significato delle cose, la semplicità, il rispetto, hanno riportato la mia attenzione sul ricordo di luoghi molto belli circondati da una natura incontaminata se vogliamo anche primitiva, spazi aperti e imponenti dominati da montagne importanti ed un borgo piccolo dalla terra nera, soltanto poche case, tra cui quella che da generazioni appartiene alla famiglia di mio padre.

Sono tante le cose che mi hanno richiamato verso quei luoghi e quell’antica dimora, non semplici casualità ma elementi differenti, non un’unica vocazione ma circostanze molteplici.

E così eccomi qua a scrivere il futuro sui segni del passato, perché credo fortemente che la chiave di volta sia un ritorno alle origini, inteso come bisogno di riappropriarsi di tempo, ritrovando luoghi carichi di energia, alla ricerca di cose vere.